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Classical german philosophy. University of Padova research group

Review: B. Bowman, “Hegel and the Metaphysics of Absolute Negativity” (G. Miolli)

Proponiamo la recensione al testo di Brady Bowman,  Hegel and the Metaphysics of Absolute Negativity (Cambridge University Press, 2013), scritta da Giovanna Miolli e apparsa sull’ultimo numero di Universa. Recensioni di filosofia.

Brady Bowman, Hegel and the Metaphysics of Absolute Negativity, Cambridge University Press, 2013,  pp. 280, £ 55.00/ $ 99.00, ISBN 9781107033597

Il testo di Bowman si inserisce all’interno del dibattito attuale incentrato sulla questione se Hegel sia o meno un pensatore metafisico. Solitamente, e Bowman non fa eccezione, la risposta è fatta dipendere (anche) dal modo di interpretare la relazione di Hegel al progetto trascendentale di Kant e in particolare alla critica attuata da quest’ultimo nei confronti della tradizione metafisica precedente. L’A. espone nel capitolo introduttivo le assunzioni e i concetti con i quali lavorerà. a) Sulla scia di H.F. Fulda, egli attribuisce a Hegel una “metafisica senza ontologia” (p. 7), dove per “ontologia” intende l’apparato di categorie tradizionalmente riconosciute come principi costitutivi del reale e del conoscere oggettivo. In particolare, il cuore della metafisica hegeliana si esprimerebbe nella logica della negatività assoluta. b) Rispetto al tema della relazione di Hegel a Kant, la posizione dell’A. è sintetizzata dal motto che egli stesso propone: “post Kant non significa necessariamente propter Kant” (p. 3). La consapevolezza che Hegel avrebbe di operare nel solco aperto dalla filosofia trascendentale non implica né che egli ne abbracci incondizionatamente le dottrine positive (l’impraticabilità di una metafisica, ad esempio), né che il suo pensiero possa essere descritto al meglio come “completamento” o “continuazione” del progetto kantiano. c) Bowman distingue il proprio approccio metafisico alla filosofia teoretica hegeliana da uno (di cui pare non volersi fare carico) epistemologico. Il primo è interessato all’indagine a priori che coinvolge “la struttura fondamentale della realtà come un tutto”, il secondo, invece, riguarda “l’esatta definizione e gli standard adeguati di certezza e conoscenza” (p. 5).  L’ottica generale del testo, che rivendica il carattere di “intero” del sistema hegeliano, è rafforzata nelle parole con cui l’A. sigilla l’opera, schierandosi contro la “scrematura” di uno Hegel fenomenologo, politico, storico (il cui pensiero sarebbe ancora fecondo per l’attualità) da uno Hegel metafisico, da rigettare.

Alla sezione introduttiva seguono sette capitoli. Di ciascuno si esporranno le tesi principali.

1) In The Hegelian concept, absolute negativity, and the transformation of philosophical critique Bowman analizza in che senso la tesi metafisica hegeliana che identifica essere e pensiero riconosca e superi le critiche rivolte da Kant e Jacobi alla metafisica tradizionale. Ciò può verificarsi proprio grazie alla nuova logica della negatività assoluta elaborata da Hegel. Per chiarire di cosa si tratti, l’A. riprende l’analisi del Concetto hegeliano sviluppata da R.-P. Horstmann in Ontologie und Relationen (1984) e la ricostruzione operata da D. Henrich in una serie di articoli dal 1970 al 1978 della logica della negazione autonoma o assoluta. Dopo aver rilevato il coincidere dei due elementi, Bowman propone la tesi secondo cui Concetto e negatività assoluta incarnano la medesima realtà, rispettivamente dal punto di vista strutturale e da quello processuale-dinamico. Entrambi rimandano a una struttura auto-relazionale (in cui la relazione-ad-altro è ripresa internamente alla relazione-a-sé), che ha come elementi costitutivi delle relazioni isomorfiche all’intero. La negatività assoluta assume inoltre una funzione metodologica: essa agisce nei confronti delle categorie del conoscere finito rivelandole quali momenti del processo. La metafisica della negatività assoluta sarebbe infatti ciò che consente a Hegel di promuovere una nuova critica del conoscere finito che concepisca quest’ultimo come un passaggio necessario all’interno dell’auto-sviluppo del Concetto.

2) In Hegel’s complex relationship to “pre-Kantian” metaphysics prende avvio il confronto (che si concluderà nel quinto capitolo) con la critica hegeliana al conoscere finito nelle sue tre emblematiche manifestazioni: la metafisica, la scienza naturale e la matematica. Qui l’A. si concentra sul primo aspetto, ricostruendo la stratigrafia di significati attraverso cui Hegel intende il termine “metafisica”. L’analisi si sofferma in particolare sulla metafisica wolffiana e sui caratteri della “metafisica dell’intelletto”, la cui origine e il cui superamento Hegel si propone di esporre e giustificare internamente alla propria logica. L’A. torna ancora una volta sulla ricezione da parte di Hegel delle critiche al contenuto e alla forma della metafisica tradizionale, rispettivamente approntate da Kant e Jacobi. La conclusione rileva come entrambi i pensatori, pur avendo indicato la necessità del superamento della vecchia metafisica, non abbiano realizzato questo stesso superamento, perché ancora imbrigliati nell’apparato categoriale (finito) della tradizione di cui volevano disfarsi.

3) In Hegelian skepticism and the idealism of the finite l’A. espone la concezione hegeliana riassunta da R. Stern nell’espressione “idealismo del finito”. Tale visione si tradurrebbe in una posizione scettica nei confronti della sostanzialità della realtà empirica, la quale non sarebbe fondata in se stessa ma dipenderebbe dalla sua relazione ad altro. In questo senso, argomenta l’A., la tesi di McDowell secondo cui Hegel sarebbe un filosofo realista si rivela imprecisa e va quindi parzialmente corretta. Si può infatti sostenere che Hegel abbracci un realismo epistemologico robusto in quanto rifiuta l’idea che sensibilità e intelletto siano esterni alle cose in sé e concepisce essere e pensiero come isomorficamente strutturati. Tuttavia, l’ammissione della non-sostanzialità del finito porterebbe Hegel a una forma di scetticismo verso la possibilità che si dia un’autentica conoscenza del mondo empirico. Del resto, tale scetticismo sarebbe circoscritto, poiché non inficerebbe la realtà del Concetto/negatività assoluta.

4) In Skeptical implications for the foundations of natural science l’A. prosegue il discorso inaugurato nel capitolo precedente, soffermandosi sul caso della scienza empirica naturale. La critica hegeliana a tale scienza ne rileverebbe il carattere di esteriorità, il suo essere sotto-determinata da un punto di vista nomologico e l’inadeguatezza delle classificazioni cui dà origine. La limitatezza del sapere in questo campo corrisponderebbe del resto allo status metafisico deficitario della natura stessa, la quale presenta gli aspetti dell’auto-esteriorità (self-externality), della parziale indeterminatezza e dell’incompletezza. Ciò significa che il tipo di relazione vigente tra gli enti naturali finiti non esprime né realizza adeguatamente la struttura relazionale propria del Concetto. Nello specifico, la relazione-ad-altro non è ripresa internamente alla relazione-a-sé.

5) In The methodology of finite cognition and the ideal of mathematical rigor l’A. ricostruisce l’approccio hegeliano nei confronti della matematica e del suo metodo. Hegel ravviserebbe nel sapere matematico la forma più elevata che il Concetto possa raggiungere nella sfera del conoscere finito. Questo perché la matematica approda a “definizioni reali” (vs. definizioni nominali), le quali “producono la realtà dell’oggetto matematico a cui si riferiscono a partire dal loro concetto” (p. 159). Vi sarebbe però un impedimento all’accettazione del metodo geometrico-matematico come paradigma per la conoscenza speculativa, a causa del carattere di esteriorità ancora presente in esso e negli oggetti matematici. Tuttavia, sostiene l’A., una volta eliminato quest’ultimo elemento di esteriorità, il risultante complesso di relazioni è identico alla struttura del Concetto.

6) In Die Sache selbst”: absolute negativity and Hegel’s speculative logic of content Bowman procede alla dimostrazione della tesi secondo cui la metafisica della negatività assoluta sarebbe altrettanto una logica del contenuto: una logica in grado di dedurre la necessità del finito e così risolvere il problema kantiano della molteplicità empirica non-concettuale. Ciò verrebbe alla luce nella dinamica che il Concetto dispiega. Reinterpretando nozioni della tradizione, l’A. individua tale dinamica nel reciproco porsi di “realtà formale” (la quale definirebbe la natura essenziale del Concetto) e “realtà oggettiva” o “contenuto rappresentativo” (representational content), che identificherebbe l’oggettivarsi a sé da parte del Concetto e realizzerebbe così la struttura dell’intenzionalità. Secondo l’A., entrambi i lati, riassumibili in “sostanza” e “soggetto”, sono al fondo un’unica realtà che Hegel rende con il termine “die Sache”; ma per manifestarsi, determinarsi e rendersi intelligibile, essa ha bisogno di porre la distinzione all’interno dell’identità. La corrispondenza (che si produce dinamicamente) di realtà formale e realtà oggettiva esprimerebbe, secondo l’A., il concetto hegeliano di verità.

7) In Absolute negation and the history of logic l’A. si propone di localizzare la posizione hegeliana all’interno della storia della logica e delle teorie della negazione. In particolare, egli si confronta con la distinzione operata da L. Horn tra symmetricalist e asymmetricalist theories. Le prime accordano un’eguale originarietà alla negazione e all’affermazione. Le seconde, in vari modi, riconoscono la negazione come derivante da e riconducibile all’affermazione. L’A. sostiene che a Hegel vada attribuita una asymmetricalist theory sui generis, in quanto il principio originario sarebbe la dinamica della negatività assoluta, che genererebbe tanto l’affermazione quanto la negazione determinata. L’A. argomenta infine che la concezione hegeliana della negatività assoluta abbia un quadruplice significato: metafisico, metodologico, critico ed esistenziale.

Al di là di un giudizio complessivo molto positivo, si segnalano solo un paio di aspetti critici del libro. a) All’interno della visione sistematica hegeliana, di cui l’A. stesso vuole farsi interprete, crea forse qualche problema la rigida demarcazione tra un approccio metafisico e uno epistemologico. Con ogni probabilità, l’A. rivendica il primo a scapito del secondo per smarcarsi dalle cosiddette “letture non-metafisiche” (o epistemologiche) di Hegel, recentemente emerse nell’ambito della filosofia nord-americana. Tuttavia, appaiono qui rilevanti due elementi. Primo, l’A. riconosce come la logica della negatività assoluta sia strumento per “una potente interpretazione metafisica della verità e della conoscenza” (p. 10). Secondo, egli si prefigge (anche) lo scopo di dimostrare come questa stessa proposta riesca sia a sviluppare una critica immanente delle posizioni del conoscere finito, sia a render conto della necessità che queste sorgano nello sviluppo del Concetto. Appare allora determinante inserire la questione epistemologica in quella metafisica, nella misura in cui Hegel si avvale di un metodo dialettico in cui anche la componente della giustificazione (del “render conto”) gioca un ruolo decisivo. b) Sin dal principio l’A. è esplicito nell’attribuire a Hegel una “metafisica senza ontologia”. Di conseguenza, il lettore si aspetterebbe che la parola “ontologia” e le sue derivate venissero bandite dal discorso che voglia ricostruire positivamente la proposta metafisica hegeliana. Ciò, tuttavia, non accade. Spesso, per sottolineare come all’interno della concezione hegeliana un certo tipo di sapere finito non possa che essere tale a causa della stessa finitezza dell’oggetto indagato, Bowman, per indicare la strutturale carenza di quest’ultimo, usa a turno espressioni che rimandano al suo statuto metafisico o ontologico inadeguato (cfr. pp. 36, 102, 114, 135, 141-143, 145, 150, 182, 225, 236; l’apice è raggiunto a p. 142, dove si attribuisce agli enti naturali una “mancanza metafisica di indipendenza ontologica”; si veda anche p. 13, in cui si allude al Concetto come a un “livello che è logicamente o ontologicamente indipendente”). Come minimo, questo porta a chiedersi se, alla fine, i due termini non siano in qualche modo sinonimi. Ciò che genera maggiori problemi è però un’altra questione: si ha l’impressione che l’A. non abbia chiarito a sufficienza la propria linea di distinzione tra “metafisica” e “ontologia”. In definitiva, così come egli risignifica un termine della tradizione – “metafisica”, appunto – assegnando a Hegel una concezione metafisica interamente revisionata, non si vede perché la medesima operazione non possa essere condotta anche su un altro termine di quella stessa tradizione: “ontologia”.

Giovanna Miolli, Università degli Studi di Padova

Il testo in pdf della recensione può essere scaricato al seguente link: G. Miolli – Recensione di B. Bowman – “Hegel and the Meaphysics of Absolute Negativity”

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