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HPD – HOLIDAYS: Review: Suzanne Dürr, “Das ‘Princip der Subjektivität überhaupt’. Fichtes Theorie des Selbstbewusstseins (1794–1799)” (Maurizio Maria Malimpensa)

Siamo felici di condividere con i nostri lettori la recensione di Maurizio Maria Malimpensa al volume Das “Princip der Subjektivität überhaupt”. Fichtes Theorie des Selbstbewusstseins (1794–1799) di Suzanne Dürr (Wilhelm Fink Verlag, 2018).

La recensione è apparsa in Universa. Recensioni di Filosofia, vol. 9 n.1 (2020) ed è scaricabile in pdf a questo link.

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Il volume di S. Dürr presenta una ricerca sul modo in cui viene articolata la prima versione della Wissenschaftslehre (corrispondente al periodo di insegnamento jenese di Fichte), avendo come focus la funzione sistematica svolta dalla figura dell’autocoscienza. Nell’Introduzione vengono abbozzati come esemplari due filoni di ricerca sul tema: il primo, rappresentato da autori come D. Henrich e M. Frank, costituirebbe una critica della concezione fichtiana dell’autocoscienza, facendo leva sulla contraddizione che sussisterebbe tra il carattere immediato di questa e quello proposizionale, e dunque mediato, che le pertiene in quanto Selbsterkenntnis, nella misura in cui, cioè, mediante questa viene articolato un sapere; il secondo, cui viene ascritta anche la posizione dell’autrice, insieme a quelle di J. Stolzenberg, C. Klotz e K. Crone, intenderebbe invece mostrare come anche la costruzione sistematica che viene sviluppata sul fondamento del Selbstbewusstsein non ne cancelli il tratto di immediatezza, mantenendo il quale non soltanto non si va incontro a un circolo vizioso, bensì unicamente in questo modo viene evitato il regresso all’infinito cui è destinata la posizione che volesse separare l’immediatezza dalla mediazione. Ciò che la ricostruzione della studiosa vorrebbe aggiungere di proprio è la necessità di spiegare il modello di autocoscienza presentato da Fichte come unità di riflessione e produzione, e dunque come “produktive Reflexion oder reflexive Produktion” (p.16), in questo prendendo frontalmente posizione contro la lettura del capostipite della Heidelberger Schule (al confronto col quale è espressamente dedicato il primo Exkurs del volume, cfr. pp.275- 299). Soltanto così, infatti, sarebbe possibile render pienamente conto in modo unitario delle due dimensioni implicate in quella, ovvero il carattere teoretico e quello pratico.
I quattro capitoli in cui è articolata la ricerca si dividono tra i primi due, che espongono sostanzialmente il contesto che ha condotto Fichte all’elaborazione della Dottrina della scienza, e gli ultimi due, che ricostruiscono attentamente come la figura dell’Io assoluto svolga la sua funzione di Grundsatz nelle due esposizioni che l’autore è riuscito a fornire nel suo soggiorno jenese. Di questi, l’ultimo, che occupa da solo poco meno di metà del volume, è dedicato all’interpretazione della cosiddetta Wissenschaftslehre nova methodo, secondo il manoscritto di Krause, che riproduce il corso tenuto nel semestre invernale 1798/99. Si possono pertanto intendere i primi tre capitoli come una lunga introduzione in funzione di quanto viene fatto emergere dall’approfondita analisi dell’ultima e più matura versione della filosofia fichtiana che presenti come fondamento l’Io assoluto o l’autocoscienza (stando alla partizione più comune).
Il Primo capitolo considera lo scritto Sul concetto della Dottrina della scienza, precedente di pochi mesi l’arrivo di Fichte a Jena e l’inizio del suo insegnamento. Costituendo il programma del sistema che sarebbe di lì a poco stato realizzato dal filosofo tedesco, questo testo viene caratterizzato come la parte metateorica di quello (ovvero la sua critica, con le parole dell’autore), in cui vengono stabiliti i criteri per la sua realizzazione. Questi sono riassunti nella “systematische Form”, ossia la connessione non arbitraria fra le proposizioni o parti del sistema, nella “Begründung”, onde esso dev’essere dotato di un Grundsatz che sia assolutamente certo prima di questa connessione e tale da trasmettere mediante essa tale certezza anche a tutte le altre proposizioni, e nella “Vollständigkeit”, cioè a dire, nel fatto che il numero di proposizioni costituenti il sistema dev’essere finito e deve ricondurre da ultimo a quello stesso fondamento, essendo tale circolo solido l’unico contrassegno positivo possibile in grado di indicare la validità del sistema. Proprio su quest’ultima figura è attirata più volte dall’autrice l’attenzione, al fine di mostrare la peculiarità della posizione fichtiana, che supera così la contrapposizione tra un modello di fondazione per trasferimento e uno invece semplicemente auto-fondativo, così come l’unilateralità di un chiuso apriorismo e di un empirismo disgregato, incapace di giungere all’unità del sistema (cfr. pp.27-31). A tali criteri deve corrispondere una struttura interna del principio fondante il sistema, tale per cui esso sia dotato di “Selbstreflexivität/Selbstreferentialität” – sia, cioè, producente l’unità della propria forma e del proprio contenuto attraverso il suo carattere riflessivo –, di “Unhintergehbarkeit”, mediante cui viene marcato l’orizzonte assoluto e onnicomprensivo del sistema, e di “Unbestimmtheit/Unmittelbarkeit”, onde il principio esclude da sé qualsiasi tratto di presupposizione (cfr. pp.33-34).
Il Secondo capitolo fornisce un’assai ben riuscita caratterizzazione del tipo di filosofia critica o trascendentale che Fichte ha inteso sviluppare attraverso l’atteggiamento che questa tiene nei confronti dello scetticismo. Si tratta ancora di mostrare quali condizioni debba soddisfare il sistema per consentire alla filosofia di conseguire il suo statuto scientifico, ricorrendo però ai diversi passi degli scritti jenesi in cui il filosofo fa esplicito riferimento all’istanza scettica. Lo scetticismo è visto come l’esito necessario di un dogmatismo coerente, laddove questo – proprio in quanto è dogmatismo – non può che fornire un principio mancante di una cogenza interna, poiché esterno alla coscienza, e dunque sempre in qualche modo questionabile. D’altra parte, lo scetticismo stesso è una posizione che si nega da sé, in quanto un sistema scettico è una contradictio in adiecto. Nondimeno, lo scetticismo svolge una funzione propedeutica inderogabile, essendo il tramite per cui è destituito lo Standpunkt della coscienza comune. La scoperta di questa doppia natura dello scetticismo, onde l’autrice parla di scetticismo globale e locale (p.44), è per Fichte l’esito del suo corpo a corpo con l’Aenesidemus di Schulze, e ciò che lo avrebbe portato a concepire una filosofia che unisca all’istanza sistematica di Reinhold il carattere di riflessività che costituisce il principio della filosofia inteso come Io. Il sistema fichtiano sarebbe in questo modo oltre dogmatismo e scetticismo, i quali per altro si rovesciano uno nell’altro, risultando due facce della stessa medaglia.
Il terzo capitolo ripercorre la Grundlage der gesamten Wissenschaftslehre cercando di accentuare in questa il carattere di autocoscienza che dovrebbe accompagnarsi all’Io assoluto del §1 anche nelle deduzioni successive dell’opera in questione. Bisogna dire che tale operazione interpretativa, nonostante le premesse seguite sinora dessero l’impressione che si potesse fare con una certa facilità, non riesce tuttavia molto limpidamente all’autrice. Figure peculiari dell’elaborazione sistematica fichtiana, quali l’Anstoß e lo Streben, vengono sminuite o ne viene misconosciuta la necessità sistematica, allorché non rispondono al modello di lettura proposto (cfr. pp.112s). L’impossibilità di dedurre il Non-Io del §2 (cfr. GA I/2, 264) viene riguardata come una manchevolezza rispetto all’esposizione successiva (cfr. p.272), laddove è evidente che il modo in cui sono trattati i due concetti nei rispettivi contesti dipende da una differente esigenza cui essi rispondono. Assai rilevante, infine, il modo in cui, confrontando l’Io assoluto del §1 – che semplicemente pone se stesso – con l’Io del §5 – di cui si dice che “es soll sich setzen, als durch sich selbst gesezt” (GA I/2, 406) – venga fatto emergere il tratto del für-sich-sein che esso acquista propriamente solo a questo punto della trattazione, cioè una volta entrati nella dimensione del sapere pratico, e che soltanto può esprimere l’auto-relazione interna della riflessione (cfr. p.110). Tuttavia, si stenta francamente a comprende come questo passaggio possa essere attribuito sul serio alla critica hölderliniana del primo Grundsatz fichtiano (cfr. p.270) e non piuttosto spiegato come un movimento immanente alla struttura sistematica elaborata da Fichte.
Il Quarto capitolo, come detto, è un corpo a corpo di notevole intensità e impegno speculativo con la seconda forma della Wissenschaftslehre jenese – pertanto anche con le due Einleitungen pubblicate da Fichte sul Philosophisches Journal e con quanto pubblicato del Versuch, che poi corrisponde all’esposizione orale tenuta nelle lezioni di filosofia prima in quegli anni. Come noto, viene qui abbandonata la distinzione tra sapere pratico e sapere teoretico, così l’Io e il Non-Io sono posti immediatamente in relazione reciproca e il discorso appare più facilmente riconducibile al problema della fondazione sistematica e del rapporto di questa con il principio auto-attivo che è stato visto sopra. L’unità di riflessione e produzione viene qui rintracciata e fatta agire con profitto e originalità – il modello proposto dall’autrice è in questo capitolo anche posto a confronto con quello di Stolzenberg del nicht reflektiertes Selbstverhältnis, mostrandosi ben più convincente – al fine di illustrare l’andamento del testo fichtiano, non sempre di facile intendimento. Particolarmente utile si rivela, infatti, per spiegare il funzionamento della intellektuelle Anschauung e come la struttura ricorsiva (“Reflexion der Reflexion”, p.202) di questa risponda al problema di come un principio indeterminato, quale quello che si era richiesto per l’edificazione del sistema, possa esser qualificato come Selbstbewusstsein (cfr. p.35) e di come questo possa assolvere all’esigenza di fondazione eliminando il problema del regressum (cfr. pp.202-220). Si fatica nuovamente a non vedere una certa rigidità quando dovrebbe esser in questione il rapporto tra la coscienza determinata e quella trascendentale, e stupisce che non sia stato praticamente fatto uso dell’Aufforderungstheorie (la vera novità rispetto all’esposizione della Grundlage), ma si sia invece abbastanza sbrigativamente fatto ricorso al volere puro come ciò che permette l’immediata specificazione del principio (cfr. pp.245s). Chiudono il volume tre Exkurs; il primo, come anticipato, è dedicato al confronto con l’interpretazione di Henrich della filosofia fichtiana, il secondo e il terzo sono invece dedicati rispettivamente al rapporto di Fichte con Kant e con Hegel, cercando di mostrare la distanza dal primo e la vicinanza col secondo. In quest’ultimo caso, a parere di chi scrive, vengono trascurate differenze di dettaglio, nondimeno essenziali nell’analisi storica e teoretica (basti dire che la stessa lettura del sistema hegeliano come filosofia della soggettività è quantomeno problematica).
In conclusione, il lavoro di S. Dürr è senz’altro riguardevole, costituendo una delle poche monografie uscite negli ultimi anni che tematizzino in modo complessivo la fase jenese della Dottrina della scienza, e facendolo sempre con un’idea fortemente speculativa di fondo – per quanto questo possa in certi casi esser fonte di una lettura che non sempre riconosce le screziature interne del testo e le produttive contraddizioni che in esso possono sussistere tra istanze diverse. L’unica considerazione di puro biasimo che deve tuttavia esser fatta è la quasi completa impermeabilità alla ricerca su Fichte non in lingua tedesca: persino la produzione inglese non è presente che in una manciata di articoli, mentre la francese si riduce ad una citazione di Gueroult e quella italiana è completamente assente. Spiace farlo notare, ma, poiché si afferma che la Wissenschaftslehre nova methodo sia stata affrontata “erst in der jüngeren Fichte-Forschung” (p.20), è bene ricordare almeno i contributi, pionieristici a livello europeo, di Massolo (1948) e Pareyson (1950), fortunatamente ben altrimenti recepiti dagli editori della Fichtes Gesamtausgabe.

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